Una breve riflessione sulla mascolinità tossica.

Sono arrivata all’idea che sostanzialmente il corpo maschile abbia più stereotipi da patire del corpo femminile, essendo esso sempre taciuto, non strumentalizzato ma negata l’esistenza che non fosse quella dell’estrema virilità ed efficienza.

Il corpo delle donne è stato spesso oggetto e soggetto, fin dall’antichità. Mortificato il più delle volte, le donne hanno avuto la capacità e la forza di lottare per la sua liberazione, seppur, ancora oggi, con tanta difficoltà.

Invece il corpo maschile è stato il soggetto da sempre, scordando di esaminarsi, di analizzarsi dall’esterno. La sua liberazione è lontana perché esso è al contempo soggetto e tabù più grande. Tutti lo tacciono ed è profondamente criticato nella sua fragilità, nella sua dolcezza, nella sua possibilità di errore.

Si tratta di mascolinità tossica, generata dal silenzio e dal senso di vergogna che l’incompatibilità con quel modello comporta. La donna si sta liberando da quei preconcetti e penso questo sia dovuto al dialogo, mentre l’uomo restando nel silenzio non potrà facilmente liberare la sua sessualità, conoscerla, sperimentarla.

E forse, con un pensiero un po’ più campato nell’aria degli altri, molti atteggiamenti di scontro sono generati dalla frustrazione di aver messo se stessi in silenzio in nome di un valore massimo che non è mai esistito nella sua totalità, come mai nessun valore che voglia definirsi assoluto possa esistere.

È per questo che credo veramente a ciò che dico quando affermo che le prime vittime della misoginia sono gli uomini stessi che assoggettando la donna ad un idea di assoluta debolezza assoggettano se stessi ad un idea di assoluta forza, forse più oppressiva prigione della prima.

PASQUALINO SETTEBELLEZZE di Lina Wertmüller (1975)

Napoli, anni 30 del novecento, Pasqualino Settebellezze, guappo napoletano, così chiamato per le sue doti da Don Giovanni, per mantenere il proprio onore decide di sfidare l’uomo che ha compromesso la dignità della sorella e per sbaglio lo uccide. Subito fa a pezzi il cadavere e lo mette in tre valigie da portare alla stazione e mandare in tre città diverse d’Italia, ma subito viene scoperto e, processato colpevole, è costretto a passare 12 anni nel manicomio criminale. Successivamente, allo scoppio della seconda guerra mondiale, trova in quest’ultima un modo di scappare, proponendosi volontario. Quando insieme al compagno d’armi Francesco decide di fuggire via dalla Russia viene arrestato dai tedeschi e portato in un campo di sterminio, dove assiste alle peggiori atrocità. 

Lina Wertmüller, conosciuta per il modo satiro e grottesco di rappresentare la società italiana nei suoi film, apre questo suo lungometraggio con un incipit che rappresenta perfettamente l’andamento della storia che vuole raccontare, una storia che oscilla tra la commedia, le vicende comiche di Pasqualino sette bellezze, e la tragedia, spunto per riflettere sui sistemi totalitari e sulla loro crudeltà. 

L’inizio è una serie di scene di guerra montate l’una dopo l’altra, con un sottofondo di musica da sala e con una canzone ridicola sopra le parole di Hitler e Mussolini: un inizio che mi ha scioccata e piacevolmente sorpresa fin dalla prima successioni di immagini, provocando un sorriso stranito da quelle scene nosense.

La vera prima scena si apre con i due soldati nascosti nel bosco che assistono a una fucilazione, che li porta ad una conversazione accesa.

“Erano ebrei. E noi con loro, alleati e complice di gente è merda come quella lì. “

“Ma come fai a dire che siamo complici di quella gente lì“ 

“perché siamo usciti a gridare noialtri, siamo usciti a sputarci in faccia, stiamo scappando noi“

“ma che ci azzecca, uscivamo e sparavano anche noi. Suicidio inutile.“ 

“No non era inutile. Davanti a certe cose un uomo deve dire no. Invece gli ho detto sì, a Mussolini, al dovere, a tutte quelle cazzate lì. In guerra ucciso poveri cristi che neanche conoscevo.“ 

“Io invece ho ucciso prima della guerra, per ragioni personali“

”Ho ucciso come un pirla per niente”

“io per una  femmina.” 

È in questo punto della storia che Lina Wertmuller inizia a svelare il motivo per cui Pasqualino Settebellezze si trovi lì. Il Flashback si apre con l’immagine di un cabaret italiano, dove una donna molto corpulenta sta ballando. Si sentono dei passi e la telecamera inquadra i piedi di un uomo che scende le scale in un corridoio illuminato di rosso, per poi spostare la sua attenzione al viso, e subito dopo con un controcampo disegnare attraverso le luci una figura nera, misteriosa, che guarda la scena, un riferimento non poco riconoscibile al modo di utilizzare le luci di Hitchcock. 

Fin da queste primissime scene, come anche la scena allo specchio in cui l’uomo (Pasqualino) parla con la sorella e la minaccia, dimostrano una regia e una fotografia spettacolare, fatta di giochi di luce e di angolazioni molto particolari.

 La prima parte del flashback finisce e Pasqualino insieme a Francesco si ritrova in questo lager, che diversamente ai suoi ricordi, è fatto di colori grigi, spenti, desolanti. 

Si susseguono scene tremende, di morte, tutte pervase dal grigio e da un bianco smorto, ed in questa assenza di colore le uniche cose vive sono gli occhi di Pasqualino, affamati di vita.

Pasqualino destabilizzato dalle scene a cui assiste trova conforto nell’idea di poter avere, una volta tornato a casa, una famiglia e tantissimi figli che possano divenire il suo senso di protezione. 

A rispondergli è un anarchico spagnolo:

“stai dicendo delle cacate, amico. Purtroppo più figli fai più acceleri la fine. Nel 1400 gli abitanti della terra erano 500 milioni, nel 1850 erano diventati il doppio. E quindi noi seguitiamo per 30 milioni di morti, ma tra 200 o 300 anni saremo 10 mila, 20 mila milioni, allora ogni angolo della terra sarà peggio di qua dentro. L’uomo si scannerà a vicenda per un pezzo di pane e per una mela si ammazzeranno intere famiglie. E il mondo finirà. Peccato perché io ci credo nell’uomo, ma deve fare presto. Deve fare presto a nascere l’uomo nuovo, l’uomo civile. Non quella bestia purtroppo intelligente che ha rotto l’armonia nel mondo, distrutto l’equilibrio antico della natura solo per massacrare tutto. L’uomo nuovo. L’uomo che sappia ritrovare l’armonia dentro di sé.“ 

“Per mettere ordine?“ 

“Ordine, no no no. Questi qua sono ordinatissimi. L’uomo nel disordine, questa è l’unica speranza. L’uomo nel disordine.“ 

L’intreccio continua, i colori tornano ad essere vivi e Pasqualino Settebellezze si ritrova a dover nascondere il cadavere dell’uomo che ha ucciso, scena in cui il personaggio si ritrova chiuso in questa camera dove tutto ha la sua collocazione precisa e crea un equilibrio visivo fantastico. 

La scena che segue è quella in cui Pasqualino Settebellezze si ritrova alla stazione, aspettando di essere mandata al manicomio criminale e comincia una conversazione con un altro passeggero. 

“Politico?“ “Squartatore. Pasqualino Frappuso. Il mostro di Napoli. Totale infermità di mente. 12 anni.“ 

“beato lei, io invece 28 anni e quattro mesi.“ 

“28? Azz! E che avete combinato?“ “Ho pensato. In questo paese qua è il delitto peggiore che possa compiere un cittadino. Lui non vuole.“ Riferendosi a Mussolini. 

Una volta che il Flashback arriva a spiegare completamente, attraverso degli eventi più o meno comici di Pasqualino, come lui sia arrivato lì,  esso cessa e la sceneggiatura della stessa Lina Wertmuller ci mostra la caratteristica principale del suo protagonista, un istinto invincibile di sopravvivenza che lo porta, pensando alle parole della mamma, (“ogni donna ho un po’ di zucchero dentro di sé“) a corteggiare la kapò del lager.

 Il suo tentativo ha successo, ma non basta per sopravvivere. 

In una delle scene finali, Pasqualino, divenuto kapò del suo gruppo, in seguito agli atti di ribellione dell’anarchico spagnolo e di Francesco, sarà costretto ad uccidere il suo amico davanti alle guardie tedesche, per dimostrare che può rimanere kapò e che per Pasqualino significa avere più possibilità di sopravvivenza. 

Si sussegue in questa scena una serie di immagini bellissime e struggenti nello stesso tempo, in cui Pasqualino rimane tremante con la pistola in mano dopo aver ucciso il suo amico, e la scenografia umana dei deportati sembra assumere una forma simmetrica, disagiante, struggente. 

Lina Wertmuller riflette così con questo film sui meccanismi del potere e di disumanizzazione dei sistemi totalitari, e lo fa attraverso lo sguardo di Pasqualino, un napoletano stereotipato, grottesco, e nella scena finale, quando la madre gli dice “quello che è stato è stato, l’importante è che tu sei vivo” nel momento in cui risponde “sì, sono vivo” e si guarda allo specchio si accorge che il suo istinto di sopravvivenza più forte di ogni cosa lo ha portato alla completa rovina morale. 

l film finisce e automaticamente Lina Wertmuller entra far parte, senza troppa difficoltà, dei registi migliori che io conosca. Tutto in questo film è in equilibrio, e non si tratta di un equilibrio qualunque ma di un equilibrio grottesco, che giunge al suo scopo, quello di far riflettere e che inserisce questa regista tra i pilastri del cinema italiano.

CORPO CELESTE di Alice Rohrwacher (2011)

Ho deciso di iniziare questa recensione in un modo diverso dal solito. 

Ho deciso di partire da una delle scene finali del film d’esordio di Alice Rohrwacher ed anche una delle più fondamentali. 

Marta ha tredici anni e dopo aver vissuto dieci anni in svizzera, torna nel suo paese natio, vicino Reggio Calabria, insieme alla madre e la sorella. Qui, sotto consiglio della zia, viene iscritta dalla madre al corso di catechismo, per arrivare a conseguire la cresima. 

Do solo una spolverata della trama perché in questo film essa ha solo un ruolo marginale; il modo in cui Alice Rohrwacher decide rappresentare il mondo esteticamente stridente e disturbante in cui viene catapultata la protagonista si pone nel baricentro perfetto tra la malinconia, la bruttezza e il miracolo, un ménage a trois che esercita (su di me in particolare) una bellezza disarmante, enfatizzato da una fotografia fatta dalle tonalità del blu ed un effetto granato.

Il film rappresenta la crescita di Marta, una bambina particolare che non si sottomette ma nemmeno si ribella, semplicemente si assenta, ed è dietro la sua alienazione che si cela il punto di vista con cui la regista decide di mostrare questo paese decadente, una popolazione con un forte senso cristiano quanto ipocrita, un parroco più interessato alla politica che ai fedeli, dei collaboratori frustrati che cercano nell’attività del catechismo un modo per fuggire dalla loro vuotezza e una chiesa che riflette perfettamente la comunità che la abita, in completo disequilibrio tra un’arcaicità tradizionale e una modernità esasperatamente pacchiana.  

Di questo disagio creato dalle immagini di una chiesa corrotta o, per portare un esempio, da bambine piccolissime che per una recita fanno il ballo della casalinga (“se scopa, se spazza, divento una pazza”) sognando di diventare delle veline però sembrano accorgersene solo lo spettatore, Marta e la madre, con cui ha un rapporto molto particolare. Gli altri sembrano stare perfettamente in equilibrio in quella sorta di circo, anche la sorella maggiore di Marta, che per la sorella non prova alcuna compassione o empatia.

L’alienazione è il sentimento che percorre tutto il film a causa di un’umanità con cui per la protagonista è impossibile comunicare. Il film racconta la storia di un contrasto netto tra l’attenzione silenziosa di Marta per le forme di vita non mediate e la mancanza di spontaneità di una cristianità falsa e corrotta. 

È di fronte al Gesù crocifisso nella parrocchia abbandonata che si compie il momento più forte del film, quella in cui Marta, dopo le parole rivelatrici del vecchio prete, compie “la sua comunione con il Cristo della storia”. Due corpi celesti esiliati dalla loro contemporaneità, in pace con se stessi.

La fotografia sgranata crea un atmosfera di distacco e trascendenza ed è coronata da una colonna sonora composta da un gruppo di anziane che cantano preghiere in dialetto, scena visiva e uditiva che si ripete spesso durante il film, spesso ad interrompere i pensieri di Marta, come a simboleggiare una presenza, quella della chiesa, che la soffoca. 

Sempre nei momenti più privati di Marta c’è una altra scena che si ripete: quella di alcuni ragazzi presi a rovistare tra i rifiuti che raggiunge la sua completezza nella scena ultima del film in cui Marta, scappata alla sua stessa cresima si rifugia su una spiaggia e li rincontra lì, mentre costruiscono una sorta di casa senza mura con vecchi mobili raccolti dalla spazzatura. 

Il ruolo del film gioca un fascino disagiante sullo spettatore. Alice Rorhwacher rappresenta in modo fedele la realtà del catechismo, uno specchio di quello che era quando lo frequentavo io: bambini disinteressati, magliette di topolino e Betty Boop sbiadite, insegnanti frustrate con crisi d’umore, giochi ridicoli per impartire la parola di Dio  come imboccare lo sciroppo ad un bambino, senza alcun senso critico. 

Nello stesso tempo è l’accostamento di questo realismo nel rappresentare gli ambienti degradati e bigotti del sud Italia allo sguardo puro e isolante di Marta che rendono quella che è per me la storia di un angelo in mezzo ai rifiuti di una profonda bellezza da cui non riesco a distaccare lo sguardo.

 

THE BABADOOK, diretto da Jennifer Kent (2015)

Amelia (Essie Davis) vive con il figlio, il piccolo Samuel (Noah Wieseman) ed il cane in una villetta isolata, dove l’unica compagnia che riceve è formata dalla anziana vicina di casa, dalle donne anziane che cura in ospedale e da una sorella che cerca di evitare lei e il figlio in tutti i modi. 

Amelia è una donna frustrata, stanca, distrutta dall’essere madre e più di tutto dal lutto del marito, morto violentemente il giorno in cui nacque Samuel, che non ha mai cercato di elaborare e del quale incolpa il figlio. 

 Samuel invece è un bambino giocoso, iperattivo, affettuoso, ma la paura irrazionale che prova per i mostri che dice si celino sotto il suo letto lo rende agli occhi degli altri aggressivo, paranoico, problematico. Samuel è un bambino di sei anni che costruisce armi con utensili domestici per difendere la propria mamma dai mostri, che ha paura ma nello stesso tempo promette davanti alla foto del padre nascosta nello scantinato che proteggerà la madre in tutti i modi.

Ogni sera Amelia prima di andare a dormire passa insieme a Samuel in rassegna tutte le porte, le ante e gli spiragli per dimostrargli che non c’è nessuno e poi si corica insieme a lui nel letto per leggergli una fiaba che lo rassicuri prima di andare a letto. Una sera però Samuel le porge un libro che non aveva mai visto nella libreria: parla di un uomo di nome Babadook che spaventa e terrorizza i bambini per poi ucciderli. 

Potete benissimo immaginare la reazione di Samuel.

Amelia subito getta via il libro e dovrà cullarlo per ore prima di farlo addormentare e quando si coricherà lei dopo mezzora sarà già mattina. Questo continua per molti giorni e l’insonnia provoca nella madre profondo stress e allucinazioni e nel bambino una paranoia perpetua. 

Quando Amelia sente bussare alla porta e trova davanti a se il libro che aveva fatto a pezzi giorni prima rincollato l’incubo comincia. Le pagine finali del libro ora hanno un nuovo finale, dove è disegnata lei mentre uccide il cane ed il figlio, con una minaccia da Babadook: “più mi ignori, più io divento forte”.

È in questo momento che il vero gioco di terrore da parte di Babadook (e da parte della regia magistrale di Jennifer Kent) ha inizio. E Jennifer Kent in questo gioco si muove magnificamente. 

 La regista muove i fili del suo film in modo il terrore diventi prima vero nel cervello dello spettatore e poi che egli stesso lo proietti nelle ante dell’armadio, nelle porte che si aprono, negli angoli bui della stanza, nei cigolii delle finestre. 

Man mano che il film procede, la fotografia dai colori opachi si incupisce, le atmosfere si fanno più buie e i colori che inizialmente rappresentavano l’alienazione il distacco dei personaggi marciscono insieme a loro, esasperando l’atmosfera ed il lettore. 

Jennifer Kent spoglia il genere da tutti gli orpelli dell’horror moderno. Non ci sono scene o irruzioni improvvise ma una macchina da ripresa che procede lenta e si sofferma sulle porte, le finestre, su piccoli espedienti come gli scarafaggi dietro il frigo o i graffi del cane alla porta e che fa in modo che al minimo rumore o movimento lo spettatore salti dalla sedia. 

Un espediente utilizzato che io ho trovato fantastico è quello della televisione che Amelia guarda ogni sera per cercare di non dormire e nella quale la Kent mostra delle apparizioni fugaci di babadook per intero (che a me ricorda tantissimo un ibrido tra il senza di volto di Miyazaki e Jack di Burton) in vecchie pellicole, come i corti di George Melies o in una scena del telegiornale dove appare l’attrice sfoggiando un sorriso terrificante.

L’obiettivo della regista non è di spaventare con un singolo elemento ma di calare piano addosso a chi guarda un senso di inquietudine che ti insegue per tutto il film e che si scatena negli ultimi quaranta minuti quando il mostro si palesa.  Difatti la creatura c’è e la si vede perfettamente. Quello che terrorizza non è la sua comparsa ma la sua continua presenza e ciò che provoca nei personaggi. 

Il momento in cui il mostro rappresenta anche un cambio all’interno del personaggio principale che, impossessata dallo spirito di Babadook non solo da vittima diventa colpevole, ma ha dentro se una lotta estrema tra l’odio per il figlio che le ha portato via il marito e l’amore per lo stesso figlio che la braccia e le promette di proteggerla se lei farà lo stesso. 

Eccezionale l’interpretazione di Essie Davis nel dare vita a questo cambiamento interno al personaggio, alla pazzia che viene generata dall’insonnia, lo stress e le allucinazioni. E tanto di capello a chi ha delineato così bene i due personaggi che non è niente popo di meno che la stessa regista. 

È riuscita a rappresentare benissimo la figura della madre e anche e sopratutto del bambino che anche quando la madre lo minaccia con un coltello da cucina e cerca di strozzarlo lui allunga la mano e la accarezza, ricordandogli la sua promessa. 

E scusatemi l’excursus ma devo dedicare due righe anche al cagnolino che quando il bambino dorme affianco alla madre, riconosce in lei Babadook e si para sul bambino con la testa dritta per proteggerlo (ogni scusa e buona in un film per versare un po’ di lacrime). 

Quella che fino ad ora era stata una sorta di immersione in apnea, dal momento in cui la madre vomita via l’essenza del mostro si trasforma in una salita veloce nella quale la madre, con il figlio tra le braccia, sfida Babadook e lo affronta. 

È in questa scena che il disegno portato avanti per tutto il film da Jennifer Kent si rivela nelle sue vesti, quelle di un’allegoria perfetta: Babadook incarna la sofferenza per la morte violenta del marito, il lutto mai elaborato, la frustrazione nei confronti del figlio per essere stato la causa di ciò, la sua depressione. “più mi ignori più io divento forte”.

Così Amelia lo affronta a testa alta, gli urla contro con tutta la sua forza, minaccia di ucciderlo se proverà ancora a toccare il suo bambino e Babadook, tra mugolii di rabbia e sofferenza si rifugia nello scantinato, dove la madre giornalmente gli porta da mangiare per poi tornare di sopra dal suo bambino, con cui finalmente potrà vivere serenamente.

Così la salita termina. 

Lo Spettatore può finalmente mettere la testa fuori dall’acqua e respirare a pieni polmoni, ma con una consapevolezza: i nostri mostri non spariranno mai, continueranno a farci soffrire ma accettare la loro esistenza è necessario per poter continuare a vivere.