La generazione dell’attivismo digitale: intervista a Diletta Bellotti sulla lotta al Caporalato.

La lotta che si consuma di nascosto nelle nostre tavole ha un nome ed ha un viso. Molteplici visi. Tra questo ne spicca uno, quello di una giovane attivista che ogni giorno combatte per dare visibilità alle lotte dei braccianti, italiani e stranieri, che giornalmente vengono sfruttati nelle nostre terre. Lei è Diletta Bellotti, ed in quest’ultimo anno ha portato all’attenzione il fenomeno del caporalato, le storie che si celano dietro, la lotta inascoltata dei lavoratori. La sua lotta non è solo fisica e mentale, ma si apre su un piano del tutto nuovo e servendosi di uno strumento efficace: i Social Media. Attraverso la condivisione di ciò che ha visto e sentito è riuscita a diffondere un fenomeno corrotto e silenzioso che per troppo tempo l’Italia ha ignorato. Nell’intervista che segue Diletta ci ha raccontato la sua esperienza e, ancora una volta, delineato cosa sia il caporalato, perché viene ignorato dai Mass Media e in cosa consiste la lotta ad esso, che sia attiva o passiva.

-Cos’è esattamente il caporalato? Quali sono, secondo te, le sue radici?

Il caporalato è un sistema di mediazione illegale tra lavoratore e azienda. Significa in parole povere che il reclutamento di manodopera per i campi viene fatto illegalmente cioè senza contratti e con dei mediatori, o caporali, che percepiscono uno stipendio. Ha radici centenarie in un’economia agricola povera e informale. Il caporalato non è il problema, è la conseguenza di un problema di povertà pre-industriale e sfruttamento post-moderno, nelle nostre campagne.

 Pensi che la realtà in cui viviamo cerchi di nascondere o ignorare questo fenomeno? 

La vera forza dei paesi occidentali non sta nella censura, ma nell’offuscamento**. Non c’è bisogno di impegnarsi a nascondere, quando si può spingere a credere che qualcosa non abbia importanza; che per noi nelle nostre case, i braccianti che muoiono siano irrilevanti. Queste persone sono invisibili. Sono invisibili spesso dal punto di vista legale, sono migranti irregolari, e questo li penalizza, li segrega ai margini della società.

Dall’altro lato, va anche detto che viviamo nell’era del sovraccarico cognitivo (infobesity) ed è difficile provare empatia e interesse per ogni lotta. Era lo stesso per me all’inizio. Non sentivo una connessione con le campagne, non avevo mai coltivato la terra, non pensavo a quello che mangiavo. La base di ogni lotta è quella che si chiama “shared grievance,” bisogna provare un sentimento di appartenenza nell’oppressione e da lì si inizia a lottare, a mettere la fine dell’oppressione davanti a tutto. Fatto questo devi rendere la tua lotta interessante, non solo gli altri oppressi devono stare con te, ma tutti gli altri. Io personalmente credo che sia vincente puntare agli indifferenti. Come ho detto spesso: punto agli indifferenti per combattere la lotta degli invisibili.

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-Quale è secondo te il legame tra la lotta al caporalato e le altre lotte sociali e ambientali?

Ogni lotta per la terra è una lotta ambientale. Questi uomini e queste donne hanno lasciato i loro paesi, terre che sono state occupate e abusate, terre che sono state sfruttate e che li hanno cacciati, per una marea, una carestia.. Poi vengono qui, in una terra sfruttata, dimenticata, infestata dai rifiuti delle Mafie. Loro hanno un rapporto viscerale con la nostra terra, io non avevo mai visto qualcosa del genere. Nessuno mi aveva parlato delle stagioni, della mietitura, dei fiori. Però non hanno nessun diritto su queste campagne. E quando le nostre terre diverranno più aride loro non saranno solo schiavizzati ma saranno anche i primi a morire. Il cambiamento climatico è, prima di tutto, una lotta di classe.

Come descriveresti il tuo percorso fino ad ora, da Borgo Mezzanone alle manifestazioni in giro per l’Italia?

Dipende dal giorno in cui mi fai questa domanda. Ma di base mi sembra solo di aver finalmente trovato la strada per una montagna che non riesco a scalare. Nella mia testa era un percorso bene definito. Sapevo cosa volevo fare, sapevo come, sapevo perchè: ci avevo imbrattato diari interi. Ma ogni ogni nella baracche mi faceva cambiare idea. Mi sentivo troppo piccola, troppo debole, poi invisibile. Poi le proteste mi hanno messo tutto un altro spirito addosso. Credo nel cambiamento e credo che questa lotta si possa e si debba vincere. Non importa quanto tempo ci metteremo.

Hai mai incontrato qualcosa o qualcuno che ti ha fatto pensare di abbandonare la tua lotta? Chi o cosa invece ti ha spronato a continuare? 

Diciamo che da entrambi i lati ci stavo solo io. Sono stata il mio grande ostacolo e la mia più grande forza. Ci sono state molte persone che hanno provato a farmi abbandonare. E’ stato molto doloroso ma cerco di non pensarci. Dall’altro lato ho ricevuto un appoggio infinito e pratico specialmente dalle mie alleate femministe. A loro devo praticamente tutto.

Cosa ti hanno lasciato gli abitanti di Borgo Mezzanone e gli attivisti che hai incontrato nel tuo percorso?

Riguardo agli attivisti non posso negare un po’ di amaro in bocca. Come temevo dall’inizio, tra le associazioni, i sindacati e gli attivisti, non ci sta solo una mancanza di cooperazione maanche una vera e propria lotta e opposizione. Questo è uno scoglio gigantesco. Io stessa non ho ricevuto il supporto che mi aspettavo da praticamente nessuno di loro. Dicono che faccio questa lotta male e che ne parlo in maniera sbagliata. Ma non capiscono che ho analizzato per un anno come parlare di questa lotta e che se nessuno se ne è praticamente mai occupato per secoli forse se ne è parlato male.Una strategia di comunicazione chiara ed efficiente è necessaria per ogni lotta e non si può far finta che i millennials e il loro modo, non solo di parlare, ma di capire, debba essere parte integrante della strategia.

Perché secondo te Il caporalato e le sue vittime sono così lontane dall’interesse dei Mass Media? 

I media sono schizofrenici, seguono solo le mode e quello che vende. Parlo dei media mainstream ovviamente non quelli indipendenti. Ma sono i media mainstream che controllano l’opinione pubblica e l’opinione pubblica è anche essa schizofrenica ma ha un impatto gigantesco sulle decisioni politiche che vengono prese. E viceversa ovviamente.
E’ necessario che i media mainstream parlino di questo fenomeno, che diventi appetibile per loro. Abbiamo bisogno che la lotta contro il caporalato sia chiara a tutti e che tutti siano disgustati dal cibo che mangiano. E da lì si parte per garantire diritti, sicurezza sul lavoro e visibilità nelle lotto politiche. 1564646341433-img0027-2

 -Come lo si può combattere attivamente? 

Attivamente bisogna protestare, farsi vedere, parlarne, fare informazione, educare. Questa lotta politica deve prendere sempre più visibilità e come ho sempre detto non siamo noi a doverla combatterla, sono i braccianti, ma noi dobbiamo fare in modo che vengano ascoltati. Fare in modo che gli oppressi vengano ascoltati è obbligatorio per chi occupa una posizione di privilegio. E privilegio qui significa il privilegio di poter scegliere se essere attivi politicamente, perché non siamo gli oppressi.

E passivamente?
Passivamente, si può comprare prodotti locali e stagionali, assicurandosi che siano #caporalatofree e #slaveryfree. In questa direzione consiglio i seguenti brand: Fair Trade Italia (contro lo sfruttamento agricolo globale non solo italiano), Iamme-NoCap (una grande novità!), Libera (lo trovate alla Coop). Ed informarsi sempre sul proprio territorio delle cooperative sociale che integrano le vittime di caporalato. Sulla mia pagine Instagram, informo sempre quando ci sono nuovi progetti in questa direzione. image

Quali prospettive assume la tua lotta ora che ti sei trasferita in Etiopia?

In Etiopia sto lavorando alla Delegazione Europea. Mi sto concentrando molto sulla parte di migrazione. Sto imparando moltissimo dell’origine dei flussi migratori. E’ una parte centrale della lotta. Perché si migra e fino a che punto si conoscono i rischi? Credo che continuare la lotta a livello europeo sia più che necessario per poter risolvere questo problema dell’alto, per poter allocare i fondi in maniera giusta ed efficiente, per poter incentivare le aziende a non ricorrere al caporalato e per poter educare tutti i lavoratori ai loro diritti. Nel frattempo i miei collaboratori si stanno occupando del resto: sostegno delle associazioni che combattono il caporalato dal basso, un documentario e vari tipi d’informazione.

 

Pubblicato da Mapi

arte sparsa a tempo perso.

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