Giacomo Leopardi, colui che rese la fragilità un miracolo.

Giacomo Leopardi è sempre stato considerato il poeta più pesante della letteratura italiana. Il più triste. Il più pessimista, “il più depresso”. Tutti epiteti che a sentirli e leggerli mi fa male il cuore. Mi chiedo se davvero sia stato letto, se davvero si siano spogliate in profondità le parole, con lenta dolcezza, come la sua opera necessita e merita.

Io l’ho fatto e non ho mai trovato anima più leggera. Né in letteratura, né in altre arti, seppur il paragone non può che essere soggettivo. Vorrei poter scrivere attraverso dell’inchiostro blu queste parole, per parlarne meglio, per comunicare attraverso il colore e la forma di esse la sua lucentezza marina e malinconica. La sua fragilità. Una sofferenza che non è scontata. Che è traslucida, dolce, tenue al tatto come seta.

La regina sensibilità ha giaciuto nei suoi occhi. Diafana, ecco la sua poesia. Una poesia che rimanda alla malinconia vitrea di un castello isolato, dimenticato. Lui, un principe di vetro dentro la sua cupola di poesia e raggi lunari. Dalla pelle diafana e gli occhi colmi di gioiosa tristezza.

Quando, secoli dopo, la poesia è stata portata nei campi del reale, quando la rivoluzione ha portato quei principi della parola in faccia a faccia con il reale e ciò che ne consegue, le mani di quei fanciulli si sono ricoperte di calli e tagli.

È così che immagino gli autori del novecento, uomini dalle mani ruvide, callose, con cui scrivono la crudezza della vita e la mia lotta riconosco tra le loro righe.

Ma alzando lo sguardo vedo quel principe fragile appoggiato alla finestra della sua torre, della sua gabbia. Un fanciullo dalla pelle diafana, dalle ossa e dagli occhi di vetro che guardano il cielo, mentre io, bracciante della vita, assisto al miracolo della fragilità guardare il sole che brucia. 

Quell’Icaro innocente è Leopardi, le cui mani mai hanno toccato la bruttezza della frolla ma conoscono a memoria la solitudine e la malinconia più pura. La malinconia dei vergini della vita che, mentre noi assistiamo alla bruttura cercando di rendere poetico l’impoetico, veggenti, scorgono il miracolo del sublime, svelano le candide correspondances del mondo.

La sua è una sofferenza vissuta da innocente; Non da chi ha già percepito la grettezza della vita ma da chi ha visto la sofferenza, ma è morto prima che essa potesse cambiarlo.

Io buttata in mezzo all’ impoeticità del reale ammiro le parole callose, taglienti, brucianti della mia gente, ammiro la “bruttezza” vendicativa dei miei poeti ma alzo lo sguardo e ammiro quel principe dalla pelle diafana e assisto con profonda meraviglia e turbamento al raro miracolo della fragilità.

Pubblicato da Mapi

arte sparsa a tempo perso.

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