PASQUALINO SETTEBELLEZZE di Lina Wertmüller (1975)

Napoli, anni 30 del novecento, Pasqualino Settebellezze, guappo napoletano, così chiamato per le sue doti da Don Giovanni, per mantenere il proprio onore decide di sfidare l’uomo che ha compromesso la dignità della sorella e per sbaglio lo uccide. Subito fa a pezzi il cadavere e lo mette in tre valigie da portare alla stazione e mandare in tre città diverse d’Italia, ma subito viene scoperto e, processato colpevole, è costretto a passare 12 anni nel manicomio criminale. Successivamente, allo scoppio della seconda guerra mondiale, trova in quest’ultima un modo di scappare, proponendosi volontario. Quando insieme al compagno d’armi Francesco decide di fuggire via dalla Russia viene arrestato dai tedeschi e portato in un campo di sterminio, dove assiste alle peggiori atrocità. 

Lina Wertmüller, conosciuta per il modo satiro e grottesco di rappresentare la società italiana nei suoi film, apre questo suo lungometraggio con un incipit che rappresenta perfettamente l’andamento della storia che vuole raccontare, una storia che oscilla tra la commedia, le vicende comiche di Pasqualino sette bellezze, e la tragedia, spunto per riflettere sui sistemi totalitari e sulla loro crudeltà. 

L’inizio è una serie di scene di guerra montate l’una dopo l’altra, con un sottofondo di musica da sala e con una canzone ridicola sopra le parole di Hitler e Mussolini: un inizio che mi ha scioccata e piacevolmente sorpresa fin dalla prima successioni di immagini, provocando un sorriso stranito da quelle scene nosense.

La vera prima scena si apre con i due soldati nascosti nel bosco che assistono a una fucilazione, che li porta ad una conversazione accesa.

“Erano ebrei. E noi con loro, alleati e complice di gente è merda come quella lì. “

“Ma come fai a dire che siamo complici di quella gente lì“ 

“perché siamo usciti a gridare noialtri, siamo usciti a sputarci in faccia, stiamo scappando noi“

“ma che ci azzecca, uscivamo e sparavano anche noi. Suicidio inutile.“ 

“No non era inutile. Davanti a certe cose un uomo deve dire no. Invece gli ho detto sì, a Mussolini, al dovere, a tutte quelle cazzate lì. In guerra ucciso poveri cristi che neanche conoscevo.“ 

“Io invece ho ucciso prima della guerra, per ragioni personali“

”Ho ucciso come un pirla per niente”

“io per una  femmina.” 

È in questo punto della storia che Lina Wertmuller inizia a svelare il motivo per cui Pasqualino Settebellezze si trovi lì. Il Flashback si apre con l’immagine di un cabaret italiano, dove una donna molto corpulenta sta ballando. Si sentono dei passi e la telecamera inquadra i piedi di un uomo che scende le scale in un corridoio illuminato di rosso, per poi spostare la sua attenzione al viso, e subito dopo con un controcampo disegnare attraverso le luci una figura nera, misteriosa, che guarda la scena, un riferimento non poco riconoscibile al modo di utilizzare le luci di Hitchcock. 

Fin da queste primissime scene, come anche la scena allo specchio in cui l’uomo (Pasqualino) parla con la sorella e la minaccia, dimostrano una regia e una fotografia spettacolare, fatta di giochi di luce e di angolazioni molto particolari.

 La prima parte del flashback finisce e Pasqualino insieme a Francesco si ritrova in questo lager, che diversamente ai suoi ricordi, è fatto di colori grigi, spenti, desolanti. 

Si susseguono scene tremende, di morte, tutte pervase dal grigio e da un bianco smorto, ed in questa assenza di colore le uniche cose vive sono gli occhi di Pasqualino, affamati di vita.

Pasqualino destabilizzato dalle scene a cui assiste trova conforto nell’idea di poter avere, una volta tornato a casa, una famiglia e tantissimi figli che possano divenire il suo senso di protezione. 

A rispondergli è un anarchico spagnolo:

“stai dicendo delle cacate, amico. Purtroppo più figli fai più acceleri la fine. Nel 1400 gli abitanti della terra erano 500 milioni, nel 1850 erano diventati il doppio. E quindi noi seguitiamo per 30 milioni di morti, ma tra 200 o 300 anni saremo 10 mila, 20 mila milioni, allora ogni angolo della terra sarà peggio di qua dentro. L’uomo si scannerà a vicenda per un pezzo di pane e per una mela si ammazzeranno intere famiglie. E il mondo finirà. Peccato perché io ci credo nell’uomo, ma deve fare presto. Deve fare presto a nascere l’uomo nuovo, l’uomo civile. Non quella bestia purtroppo intelligente che ha rotto l’armonia nel mondo, distrutto l’equilibrio antico della natura solo per massacrare tutto. L’uomo nuovo. L’uomo che sappia ritrovare l’armonia dentro di sé.“ 

“Per mettere ordine?“ 

“Ordine, no no no. Questi qua sono ordinatissimi. L’uomo nel disordine, questa è l’unica speranza. L’uomo nel disordine.“ 

L’intreccio continua, i colori tornano ad essere vivi e Pasqualino Settebellezze si ritrova a dover nascondere il cadavere dell’uomo che ha ucciso, scena in cui il personaggio si ritrova chiuso in questa camera dove tutto ha la sua collocazione precisa e crea un equilibrio visivo fantastico. 

La scena che segue è quella in cui Pasqualino Settebellezze si ritrova alla stazione, aspettando di essere mandata al manicomio criminale e comincia una conversazione con un altro passeggero. 

“Politico?“ “Squartatore. Pasqualino Frappuso. Il mostro di Napoli. Totale infermità di mente. 12 anni.“ 

“beato lei, io invece 28 anni e quattro mesi.“ 

“28? Azz! E che avete combinato?“ “Ho pensato. In questo paese qua è il delitto peggiore che possa compiere un cittadino. Lui non vuole.“ Riferendosi a Mussolini. 

Una volta che il Flashback arriva a spiegare completamente, attraverso degli eventi più o meno comici di Pasqualino, come lui sia arrivato lì,  esso cessa e la sceneggiatura della stessa Lina Wertmuller ci mostra la caratteristica principale del suo protagonista, un istinto invincibile di sopravvivenza che lo porta, pensando alle parole della mamma, (“ogni donna ho un po’ di zucchero dentro di sé“) a corteggiare la kapò del lager.

 Il suo tentativo ha successo, ma non basta per sopravvivere. 

In una delle scene finali, Pasqualino, divenuto kapò del suo gruppo, in seguito agli atti di ribellione dell’anarchico spagnolo e di Francesco, sarà costretto ad uccidere il suo amico davanti alle guardie tedesche, per dimostrare che può rimanere kapò e che per Pasqualino significa avere più possibilità di sopravvivenza. 

Si sussegue in questa scena una serie di immagini bellissime e struggenti nello stesso tempo, in cui Pasqualino rimane tremante con la pistola in mano dopo aver ucciso il suo amico, e la scenografia umana dei deportati sembra assumere una forma simmetrica, disagiante, struggente. 

Lina Wertmuller riflette così con questo film sui meccanismi del potere e di disumanizzazione dei sistemi totalitari, e lo fa attraverso lo sguardo di Pasqualino, un napoletano stereotipato, grottesco, e nella scena finale, quando la madre gli dice “quello che è stato è stato, l’importante è che tu sei vivo” nel momento in cui risponde “sì, sono vivo” e si guarda allo specchio si accorge che il suo istinto di sopravvivenza più forte di ogni cosa lo ha portato alla completa rovina morale. 

l film finisce e automaticamente Lina Wertmuller entra far parte, senza troppa difficoltà, dei registi migliori che io conosca. Tutto in questo film è in equilibrio, e non si tratta di un equilibrio qualunque ma di un equilibrio grottesco, che giunge al suo scopo, quello di far riflettere e che inserisce questa regista tra i pilastri del cinema italiano.

Pubblicato da The Lensible

arte sparsa a tempo perso.

3 pensieri riguardo “PASQUALINO SETTEBELLEZZE di Lina Wertmüller (1975)

      1. Lo trovi su Youtube, completo e in italiano. Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovato. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertelo fatto scoprire è già una grande soddisfazione. Grazie per la risposta, e buon fine settimana! 🙂

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