THE BABADOOK, diretto da Jennifer Kent (2015)

Amelia (Essie Davis) vive con il figlio, il piccolo Samuel (Noah Wieseman) ed il cane in una villetta isolata, dove l’unica compagnia che riceve è formata dalla anziana vicina di casa, dalle donne anziane che cura in ospedale e da una sorella che cerca di evitare lei e il figlio in tutti i modi. 

Amelia è una donna frustrata, stanca, distrutta dall’essere madre e più di tutto dal lutto del marito, morto violentemente il giorno in cui nacque Samuel, che non ha mai cercato di elaborare e del quale incolpa il figlio. 

 Samuel invece è un bambino giocoso, iperattivo, affettuoso, ma la paura irrazionale che prova per i mostri che dice si celino sotto il suo letto lo rende agli occhi degli altri aggressivo, paranoico, problematico. Samuel è un bambino di sei anni che costruisce armi con utensili domestici per difendere la propria mamma dai mostri, che ha paura ma nello stesso tempo promette davanti alla foto del padre nascosta nello scantinato che proteggerà la madre in tutti i modi.

Ogni sera Amelia prima di andare a dormire passa insieme a Samuel in rassegna tutte le porte, le ante e gli spiragli per dimostrargli che non c’è nessuno e poi si corica insieme a lui nel letto per leggergli una fiaba che lo rassicuri prima di andare a letto. Una sera però Samuel le porge un libro che non aveva mai visto nella libreria: parla di un uomo di nome Babadook che spaventa e terrorizza i bambini per poi ucciderli. 

Potete benissimo immaginare la reazione di Samuel.

Amelia subito getta via il libro e dovrà cullarlo per ore prima di farlo addormentare e quando si coricherà lei dopo mezzora sarà già mattina. Questo continua per molti giorni e l’insonnia provoca nella madre profondo stress e allucinazioni e nel bambino una paranoia perpetua. 

Quando Amelia sente bussare alla porta e trova davanti a se il libro che aveva fatto a pezzi giorni prima rincollato l’incubo comincia. Le pagine finali del libro ora hanno un nuovo finale, dove è disegnata lei mentre uccide il cane ed il figlio, con una minaccia da Babadook: “più mi ignori, più io divento forte”.

È in questo momento che il vero gioco di terrore da parte di Babadook (e da parte della regia magistrale di Jennifer Kent) ha inizio. E Jennifer Kent in questo gioco si muove magnificamente. 

 La regista muove i fili del suo film in modo il terrore diventi prima vero nel cervello dello spettatore e poi che egli stesso lo proietti nelle ante dell’armadio, nelle porte che si aprono, negli angoli bui della stanza, nei cigolii delle finestre. 

Man mano che il film procede, la fotografia dai colori opachi si incupisce, le atmosfere si fanno più buie e i colori che inizialmente rappresentavano l’alienazione il distacco dei personaggi marciscono insieme a loro, esasperando l’atmosfera ed il lettore. 

Jennifer Kent spoglia il genere da tutti gli orpelli dell’horror moderno. Non ci sono scene o irruzioni improvvise ma una macchina da ripresa che procede lenta e si sofferma sulle porte, le finestre, su piccoli espedienti come gli scarafaggi dietro il frigo o i graffi del cane alla porta e che fa in modo che al minimo rumore o movimento lo spettatore salti dalla sedia. 

Un espediente utilizzato che io ho trovato fantastico è quello della televisione che Amelia guarda ogni sera per cercare di non dormire e nella quale la Kent mostra delle apparizioni fugaci di babadook per intero (che a me ricorda tantissimo un ibrido tra il senza di volto di Miyazaki e Jack di Burton) in vecchie pellicole, come i corti di George Melies o in una scena del telegiornale dove appare l’attrice sfoggiando un sorriso terrificante.

L’obiettivo della regista non è di spaventare con un singolo elemento ma di calare piano addosso a chi guarda un senso di inquietudine che ti insegue per tutto il film e che si scatena negli ultimi quaranta minuti quando il mostro si palesa.  Difatti la creatura c’è e la si vede perfettamente. Quello che terrorizza non è la sua comparsa ma la sua continua presenza e ciò che provoca nei personaggi. 

Il momento in cui il mostro rappresenta anche un cambio all’interno del personaggio principale che, impossessata dallo spirito di Babadook non solo da vittima diventa colpevole, ma ha dentro se una lotta estrema tra l’odio per il figlio che le ha portato via il marito e l’amore per lo stesso figlio che la braccia e le promette di proteggerla se lei farà lo stesso. 

Eccezionale l’interpretazione di Essie Davis nel dare vita a questo cambiamento interno al personaggio, alla pazzia che viene generata dall’insonnia, lo stress e le allucinazioni. E tanto di capello a chi ha delineato così bene i due personaggi che non è niente popo di meno che la stessa regista. 

È riuscita a rappresentare benissimo la figura della madre e anche e sopratutto del bambino che anche quando la madre lo minaccia con un coltello da cucina e cerca di strozzarlo lui allunga la mano e la accarezza, ricordandogli la sua promessa. 

E scusatemi l’excursus ma devo dedicare due righe anche al cagnolino che quando il bambino dorme affianco alla madre, riconosce in lei Babadook e si para sul bambino con la testa dritta per proteggerlo (ogni scusa e buona in un film per versare un po’ di lacrime). 

Quella che fino ad ora era stata una sorta di immersione in apnea, dal momento in cui la madre vomita via l’essenza del mostro si trasforma in una salita veloce nella quale la madre, con il figlio tra le braccia, sfida Babadook e lo affronta. 

È in questa scena che il disegno portato avanti per tutto il film da Jennifer Kent si rivela nelle sue vesti, quelle di un’allegoria perfetta: Babadook incarna la sofferenza per la morte violenta del marito, il lutto mai elaborato, la frustrazione nei confronti del figlio per essere stato la causa di ciò, la sua depressione. “più mi ignori più io divento forte”.

Così Amelia lo affronta a testa alta, gli urla contro con tutta la sua forza, minaccia di ucciderlo se proverà ancora a toccare il suo bambino e Babadook, tra mugolii di rabbia e sofferenza si rifugia nello scantinato, dove la madre giornalmente gli porta da mangiare per poi tornare di sopra dal suo bambino, con cui finalmente potrà vivere serenamente.

Così la salita termina. 

Lo Spettatore può finalmente mettere la testa fuori dall’acqua e respirare a pieni polmoni, ma con una consapevolezza: i nostri mostri non spariranno mai, continueranno a farci soffrire ma accettare la loro esistenza è necessario per poter continuare a vivere. 

 

 

 

 

Pubblicato da The Lensible

arte sparsa a tempo perso.

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